28 Ott 2025 - Approfondimenti
Il “professor’s privilege” e la nuova disciplina delle invenzioni universitarie
Per molti anni, l’Italia ha rappresentato un unicum nel panorama europeo in materia di brevetti universitari. Il nostro ordinamento riconosceva infatti ai professori e ai ricercatori la titolarità esclusiva delle invenzioni realizzate nell’ambito della loro attività di ricerca. Era il cosiddetto professor’s privilege: un privilegio, appunto, che distingueva l’università e il mondo accademico rispetto al lavoro subordinato comune, in cui i diritti derivanti dall’attività inventiva spettano di norma al datore di lavoro.
Il vecchio regime: la libertà (e l’isolamento) dell’inventore accademico
In base al vecchio testo dell’art. 65 del Codice della Proprietà Industriale, le invenzioni realizzate dai professori e ricercatori universitari appartenevano originariamente a loro, anche se nate grazie ai mezzi, alle strutture e ai finanziamenti dell’università.
Il ricercatore era quindi libero di depositare il brevetto a proprio nome, di gestirne lo sfruttamento economico e di stipulare accordi di licenza o cessione con imprese interessate.
Questa libertà, tuttavia, si è rivelata spesso un’arma a doppio taglio. Da un lato, rappresentava un riconoscimento all’autonomia del lavoro intellettuale e alla funzione pubblica della ricerca; dall’altro, lasciava i ricercatori soli di fronte a un mercato complesso, privo di competenze giuridiche, economiche e strategiche per gestire un titolo di proprietà industriale. Molte invenzioni nate nei laboratori universitari non arrivavano mai a essere brevettate o sfruttate, e gli atenei non potevano intervenire se non marginalmente.
La riforma del 2023: addio al professor’s privilege
Con la legge 24 luglio 2023, n. 102, il legislatore ha profondamente modificato il Codice della Proprietà Industriale, segnando la fine del professor’s privilege.
Oggi, le invenzioni realizzate da professori, ricercatori e personale di ricerca appartenenti a università, enti pubblici di ricerca o istituti di ricovero e cura a carattere scientifico appartengono originariamente alla struttura di appartenenza.
È un cambiamento radicale di prospettiva: la titolarità dei diritti patrimoniali non è più del singolo inventore, ma dell’istituzione che ha messo a disposizione mezzi, risorse e contesto di ricerca. Al ricercatore resta comunque intatto il diritto morale alla paternità dell’invenzione, che gli garantisce di essere sempre riconosciuto come autore dell’idea.
La ratio è chiara: rafforzare il ruolo degli atenei e degli enti di ricerca come protagonisti del trasferimento tecnologico, e fare in modo che i risultati dell’attività scientifica possano essere più facilmente valorizzati sul mercato attraverso strutture organizzate, come gli uffici di trasferimento tecnologico (TTO).
Come funziona oggi: comunicazione, decisione, valorizzazione
La nuova disciplina prevede un meccanismo ordinato di comunicazione e di decisione.
Quando un ricercatore realizza un’invenzione, ha l’obbligo di comunicarlo tempestivamente alla propria università o ente, trasmettendo le informazioni necessarie per valutarne la brevettabilità e lo sfruttamento industriale.
Ricevuta la comunicazione, la struttura dispone di un termine prefissato per decidere se procedere o meno al deposito della domanda di brevetto. Se decide di farlo, diviene titolare del brevetto e si assume gli oneri di deposito e gestione.
Se invece l’ateneo comunica di non voler procedere, o lascia decorrere inutilmente il termine, i diritti possono ritornare all’inventore, che potrà depositare il brevetto a proprio nome, pur nel rispetto di eventuali obblighi di equa ripartizione dei proventi.
In questo modo si bilancia l’interesse dell’istituzione alla valorizzazione dei risultati della ricerca con il diritto del ricercatore a non vedere la propria invenzione abbandonata per inerzia burocratica.
Il ruolo degli atenei e la ripartizione dei proventi
La riforma incoraggia le università a dotarsi di regolamenti interni che disciplinino in modo trasparente la gestione delle invenzioni e la ripartizione degli eventuali introiti derivanti da brevetti, licenze o cessioni.
La partecipazione economica del ricercatore resta, dunque, una componente essenziale del sistema: egli continua a essere incentivato, come autore e collaboratore attivo del processo di trasferimento tecnologico.
Inoltre, le università devono attrezzarsi con competenze giuridiche e gestionali per valutare la brevettabilità, curare il deposito delle domande, monitorare il mantenimento dei titoli e negoziare accordi di licenza con imprese e investitori.
Invenzioni e scoperte: una distinzione necessaria
Va ricordato che la disciplina si applica alle invenzioni brevettabili, cioè a risultati tecnici che presentano novità, attività inventiva e applicabilità industriale.
Non tutte le “scoperte” scientifiche in senso ampio rientrano in questa categoria: una formula, una teoria o un fenomeno naturale, per esempio, non possono essere brevettati. Tuttavia, anche in questi casi, la comunicazione all’ateneo prima della pubblicazione può essere utile per valutare se esistano applicazioni brevettabili e per evitare che la divulgazione comprometta la novità di un’invenzione potenzialmente tutelabile.
Dalla libertà individuale alla responsabilità istituzionale
Il superamento del professor’s privilege segna una svolta nel modo di intendere il rapporto tra ricerca pubblica e proprietà industriale.
Se in passato l’inventore universitario era libero ma isolato, oggi è parte di un sistema che mira a far crescere la capacità competitiva del Paese, valorizzando in modo strutturato i risultati della ricerca pubblica.
Il nuovo equilibrio — tra autonomia scientifica, diritti morali e titolarità istituzionale — richiede però che gli atenei siano pronti a gestire in modo efficiente i brevetti, a sostenere i ricercatori nella fase di comunicazione e a garantire che la valorizzazione economica non soffochi la libertà della ricerca.
È un cambio di paradigma che, se accompagnato da adeguati investimenti e da una cultura della tutela dell’innovazione, potrà trasformare la ricerca universitaria in un vero motore di sviluppo.