17 Ago 2026 - Approfondimenti
Il codice QR: dalla fabbrica Toyota a uno standard globale. Storia, brevetti e proprietà intellettuale
Ci sono invenzioni che diventano talmente comuni da rendere quasi invisibile la tecnologia che le ha rese possibili. Il codice QR è una di queste. Oggi lo troviamo sui menu dei ristoranti, sui biglietti ferroviari, sulle confezioni dei prodotti, nei sistemi di pagamento, nella pubblicità e persino nei documenti ufficiali. Basta inquadrare un piccolo quadrato composto da moduli bianchi e neri con la fotocamera dello smartphone per accedere, in pochi istanti, a una pagina web, effettuare un pagamento o recuperare informazioni.
Eppure, dietro quella semplice matrice di quadratini si nasconde una storia particolarmente interessante dal punto di vista della proprietà intellettuale. Il QR Code nasce infatti da un’invenzione brevettata, ma il suo titolare sceglie deliberatamente di non sfruttare il brevetto per impedire agli altri di utilizzarla. Parallelamente, però, protegge come marchio il nome “QR Code”. È un esempio quasi paradigmatico di come brevetti, standardizzazione, marchi e strategie di apertura possano convivere all’interno di un’unica innovazione.
Dalle linee dei codici a barre ai quadratini del QR Code
La storia comincia in Giappone, nel settore automobilistico.
Negli anni Ottanta i codici a barre erano ormai largamente utilizzati nella produzione e nella distribuzione. Il problema era che la loro capacità informativa era limitata: per contenere una maggiore quantità di dati era necessario aumentare il numero di codici o lo spazio occupato.
All’inizio degli anni Novanta, la crescente complessità delle linee produttive automobilistiche rese il problema ancora più evidente. DENSO, società del gruppo Toyota specializzata anche nello sviluppo di sistemi di identificazione automatica, iniziò quindi a lavorare a un nuovo sistema capace di contenere più informazioni e, soprattutto, di essere letto molto rapidamente.
Nel 1992 Masahiro Hara, ingegnere di DENSO, iniziò lo sviluppo di un nuovo codice bidimensionale insieme a un altro componente del team. L’obiettivo non era semplicemente quello di aumentare la quantità di dati, ma di creare un codice facilmente riconoscibile e leggibile ad alta velocità.
La soluzione arrivò attraverso una caratteristica oggi immediatamente riconoscibile: i tre grandi quadrati presenti agli angoli del codice.
Questi elementi consentono allo scanner di individuare rapidamente la posizione e l’orientamento del codice. Per arrivare alla loro particolare configurazione, il team studiò addirittura il rapporto tra aree bianche e nere presenti in lettere, caratteri, fotografie, giornali e altri materiali, alla ricerca di una configurazione sufficientemente rara da evitare falsi riconoscimenti.
Il risultato fu presentato nel 1994 e venne denominato QR Code, dove “QR” significa “Quick Response”, cioè “risposta rapida”.
L’invenzione era nata per una necessità molto concreta: tracciare e gestire più efficacemente i componenti nelle fabbriche automobilistiche. Nessuno, probabilmente, avrebbe potuto prevedere che pochi decenni dopo lo stesso principio sarebbe stato utilizzato per pagare il conto di un ristorante o accedere al Wi-Fi.
Un’invenzione brevettata, ma volutamente aperta
È proprio qui che la storia del QR Code diventa particolarmente interessante per chi si occupa di proprietà industriale.
DENSO WAVE, società nella quale confluirono successivamente le attività relative alla tecnologia, possiede numerosi brevetti relativi al QR Code. Tra quelli indicati dalla stessa società figurano, ad esempio, i brevetti giapponesi JP2938338 e JP2867904 e diversi brevetti statunitensi, tra cui US5726435, US5691527 e US7032823.
Il punto decisivo, tuttavia, è la scelta strategica effettuata dal titolare.
DENSO WAVE ha reso pubbliche le specifiche del QR Code e ha deciso di non far valere i propri diritti brevettuali nei confronti di chi utilizza il QR Code conformemente agli standard JIS e ISO. In altre parole, la tecnologia è stata brevettata, ma il brevetto non è stato utilizzato come strumento per impedire la diffusione dell’invenzione.
È una scelta tutt’altro che banale.
Normalmente il brevetto attribuisce al titolare un diritto di esclusiva temporaneo, consentendogli di impedire a terzi di produrre, utilizzare o commercializzare l’invenzione senza autorizzazione. Nel caso del QR Code, invece, il brevetto è stato inserito all’interno di una strategia completamente diversa: proteggere l’invenzione, ma contemporaneamente favorirne la più ampia diffusione possibile.
DENSO stessa descrive questa scelta come una vera e propria “open strategy”: mantenere la titolarità dei brevetti, ma non esercitarli, così da consentire a numerose imprese di sviluppare tecnologie e applicazioni complementari.
La standardizzazione: quando la proprietà intellettuale incontra un interesse globale
La strategia di apertura sarebbe stata molto meno efficace senza la standardizzazione.
Il QR Code venne progressivamente inserito nei principali standard internazionali: nel 1997 fu adottato come standard AIM, nel 1999 divenne uno standard JIS e nel 2000 fu inserito nello standard internazionale ISO/IEC 18004.
Questo passaggio è fondamentale.
Uno standard tecnico consente infatti a produttori diversi di realizzare dispositivi, software e sistemi compatibili tra loro. Se il QR Code fosse rimasto una tecnologia proprietaria utilizzabile soltanto attraverso prodotti autorizzati da DENSO, difficilmente avrebbe raggiunto la diffusione planetaria che conosciamo oggi.
La standardizzazione, accompagnata dalla scelta di non imporre royalties per l’utilizzo conforme allo standard, ha quindi creato un ecosistema nel quale produttori di scanner, sviluppatori software, aziende di logistica, istituti finanziari e operatori commerciali potevano costruire liberamente nuove applicazioni.
È un caso emblematico di open innovation applicata alla proprietà industriale: la proprietà intellettuale non viene utilizzata esclusivamente per escludere i concorrenti, ma anche per creare le condizioni affinché un’intera tecnologia possa diventare infrastruttura comune.
Il brevetto non è eterno
C’è un’altra particolarità giuridica interessante.
Il brevetto, per sua natura, è un diritto temporaneo. Al termine della durata prevista dalla legge, l’invenzione entra nel pubblico dominio.
Il Japan Patent Office utilizza proprio il QR Code per spiegare questa differenza fondamentale tra brevetto e marchio: il brevetto garantisce un’esclusiva limitata nel tempo, mentre il marchio può essere rinnovato indefinitamente e, quindi, potenzialmente conservare la propria protezione senza un limite temporale predeterminato.
I principali brevetti originari relativi alla tecnologia QR sono infatti ormai scaduti. Ad esempio, il brevetto statunitense US5726435 è indicato come scaduto nel 2015, così come i corrispondenti diritti brevettuali originari in Giappone e in Europa.
Questo, però, non significa che “QR Code” sia diventato un termine liberamente appropriabile da chiunque.
Ed è qui che entra in gioco il marchio.
“QR Code” è un marchio registrato
DENSO WAVE non protegge soltanto la tecnologia: protegge anche il segno distintivo QR Code®.
La stessa società precisa che “QR Code” è un marchio registrato in Giappone e in altri Paesi e che la protezione come marchio riguarda il nome, non il semplice schema grafico del codice.
Questa distinzione è estremamente importante.
Brevetto e marchio svolgono funzioni completamente diverse:
- il brevetto protegge l’invenzione tecnica;
- il marchio identifica l’origine imprenditoriale di prodotti o servizi;
- la standardizzazione definisce le caratteristiche tecniche necessarie per assicurare l’interoperabilità.
Nel caso del QR Code, queste tre dimensioni si sono intrecciate in modo particolarmente efficace.
L’invenzione tecnica è stata brevettata; la tecnologia è stata resa disponibile e standardizzata; il nome “QR Code” è stato mantenuto sotto il controllo del titolare attraverso il marchio.
È una strategia di proprietà intellettuale molto più sofisticata del semplice “brevettare un’invenzione”.
Ma posso usare un QR Code senza chiedere il permesso?
Sì, se si utilizza un QR Code conforme agli standard previsti.
DENSO WAVE afferma espressamente che non è necessario presentare una domanda né pagare una licenza per utilizzare un QR Code conforme agli standard JIS o ISO.
Questo spiega anche perché oggi chiunque può generare gratuitamente un QR Code e inserirlo, per esempio, su un biglietto da visita, una confezione o un sito internet.
Diversa può essere la situazione quando si sviluppano tecnologie che si discostano dagli standard oppure incorporano funzionalità ulteriori. DENSO WAVE indica infatti che, nel caso di codici che si discostino dagli standard QR, è opportuno verificare la situazione brevettuale prima dell’utilizzo.
La lezione, dal punto di vista della due diligence IP, è interessante: “QR Code è gratuito” non equivale necessariamente a “qualsiasi tecnologia basata su QR è priva di brevetti”.
Anche oggi, infatti, esistono brevetti relativi a sistemi che utilizzano QR Code per specifiche applicazioni: autenticazione, pagamenti, tracciamento, gestione dinamica delle informazioni, sistemi di lettura e così via. L’utilizzo di un codice standardizzato non esclude quindi automaticamente la possibilità che una particolare applicazione o tecnologia associata sia protetta da ulteriori diritti di proprietà intellettuale.
Il vero valore dell’invenzione: non il quadrato, ma il sistema
Un’altra riflessione interessante riguarda ciò che effettivamente è stato inventato.
A prima vista il QR Code sembra semplicemente una particolare disposizione di quadratini bianchi e neri. In realtà, l’innovazione comprende un insieme molto più articolato di caratteristiche: modalità di codifica dei dati, struttura della matrice, sistemi di riconoscimento, correzione degli errori, modalità di lettura e generazione del codice.
DENSO WAVE elenca infatti numerosi brevetti relativi non soltanto al codice in sé, ma anche ai dispositivi e ai metodi per generarlo e leggerlo.
È un ottimo esempio di un principio fondamentale della strategia brevettuale: un’invenzione complessa può essere protetta attraverso un portafoglio di brevetti, ciascuno destinato a coprire un diverso elemento tecnologico o una diversa modalità di attuazione.
Ed è proprio ciò che rende particolarmente interessante il QR Code sotto il profilo della proprietà industriale.
Dal componente automobilistico al pagamento digitale
La diffusione del QR Code non fu immediata.
La tecnologia venne inizialmente utilizzata soprattutto nell’industria automobilistica e nella gestione della produzione. Successivamente trovò applicazioni nella logistica, nella tracciabilità alimentare e farmaceutica e nella gestione dei prodotti.
La vera svolta arrivò con gli smartphone.
Nel 2002 iniziarono a essere commercializzati telefoni cellulari dotati di funzionalità di lettura dei QR Code. Da quel momento il codice poteva essere utilizzato senza uno scanner industriale dedicato: bastava una fotocamera integrata nel telefono.
Da quel momento il QR Code ha progressivamente assunto una nuova funzione: non più soltanto identificare un oggetto, ma collegare il mondo fisico a quello digitale.
Un manifesto pubblicitario diventa un collegamento a un sito web. Una confezione diventa una porta d’accesso alle informazioni sul prodotto. Un biglietto cartaceo diventa un titolo di accesso digitale. Un tavolo del ristorante può diventare un terminale per ordinare e pagare.
La stessa tecnologia nata per identificare componenti automobilistici è diventata una sorta di infrastruttura universale per trasferire informazioni tra oggetti fisici e dispositivi digitali.
Una curiosità: il codice è nato anche grazie alla ricerca di un “pattern raro”
Uno degli aspetti più curiosi della storia riguarda proprio i tre quadrati agli angoli.
Per consentire una lettura estremamente rapida, il sistema doveva poter individuare immediatamente il codice all’interno dell’immagine acquisita dallo scanner. Il problema era trovare una configurazione che non venisse confusa facilmente con elementi grafici presenti nell’ambiente circostante.
Hara e il suo team analizzarono quindi una grande quantità di immagini e caratteri alla ricerca di combinazioni di proporzioni poco frequenti. Il risultato fu il particolare schema concentrico che oggi riconosciamo immediatamente.
È una storia che mostra come, dietro un’invenzione apparentemente semplice, possano esserci anni di sperimentazione, analisi e ricerca di soluzioni estremamente specifiche.
Un modello di proprietà intellettuale da studiare
La storia del QR Code è particolarmente significativa perché dimostra che brevettare non significa necessariamente voler impedire agli altri di utilizzare una tecnologia.
DENSO avrebbe potuto utilizzare il proprio portafoglio brevettuale per controllare l’accesso alla tecnologia. Ha invece scelto una strada diversa: proteggere l’invenzione, pubblicarne le specifiche, favorirne la standardizzazione internazionale e rinunciare all’esercizio dei diritti brevettuali per gli utilizzi conformi allo standard.
Nel frattempo, ha mantenuto il controllo sul proprio segno distintivo attraverso il marchio.
Il risultato è stato straordinario: una tecnologia nata per risolvere un problema interno alla produzione automobilistica è diventata uno standard globale utilizzato da miliardi di persone.
La vicenda del QR Code offre quindi una lezione preziosa per chi si occupa di innovazione e proprietà industriale. Il valore di un brevetto non risiede soltanto nella possibilità di escludere i concorrenti, ma anche nella capacità di inserirlo all’interno di una strategia più ampia fatta di standard, licenze, marchi, know-how e sviluppo di un ecosistema.
In definitiva, il piccolo quadrato che oggi inquadriamo con lo smartphone è molto più di un codice: è un esempio concreto di come una corretta strategia di proprietà intellettuale possa trasformare un’invenzione tecnica in uno standard tecnologico globale.
E forse è proprio questa la curiosità più interessante: una delle tecnologie più diffuse al mondo è diventata universale non perché il suo inventore abbia scelto di chiuderla, ma perché ha scelto, strategicamente, di aprirla.